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Storia di Taiwan in breve
– Estratto dal libro La Cina non è una sola di Filippo Santelli (2021)
Taiwan è un’affascinante bizzarria della storia. Dopo essere stati sconfitti dalle truppe comuniste, i nazionalisti scapparono sull’isola di Formosa. Lì avrebbero potuto difendersi meglio e una volta riorganizzate le forze, pensavano, tentare di riconquistare la Cina continentale di cui continuavano a proclamarsi il governo legittimo.
Avevano ragione sulla prima parte, non sulla seconda: il destino della Repubblica di Cina si sarebbe per sempre legato all’isola di Taiwan. Un percorso divergente da quello della Repubblica Popolare, nonostante gli appena 160 chilometri di mare che le separano: dagli anni Cinquanta Taiwan ha iniziato una spettacolare cavalcata economica – che l’ha resa oggi il diciassettesimo Paese più ricco al mondo – e negli anni Novanta ha portato a termine un’ordinata transizione alla democrazia.
Quando la Cina si è aperta al mondo, nell’era delle riforme, molti dei primi capitali e delle industrie li hanno portati proprio gli imprenditori taiwanesi, insieme alle lavatrici e alle soap opera.
Sono i cinesi di Taiwan che hanno mostrato ai loro parenti del continente le meraviglie della modernità, del consumismo e della cultura pop. Nel frattempo anche il Dragone ha scoperto i consumi, ma le analogie finiscono lì. Che questa Cina minore sia diversa lo si coglie alla prima occhiata. Al confronto con i grattacieli delle nuove metropoli del Dragone, Taipei sembra vecchia e un po’ sporca, tutta cemento anni Novanta. In compenso, rispetto all’ordine asettico e soffocante che regola le città del regime, brulica di energia e diversità. Suoni, colori e odori, motorini strombazzanti e luci al neon, i famosi mercati notturni all’aperto dove si chiacchiera e si mangia fino alle ore piccole. Già un po’ Sudest asiatico nel verde tropicale della natura, molto Giappone nell’architettura e in una certa predisposizione dei cittadini all’inchino e a rispettare le file. Rifugio di editori e gallerie d’arte fuggiti dalla Cina comunista e della comunità LGBT più libera d’Oriente, che dal 2019 qui può convolare a giuste nozze, unico territorio a consentirlo nell’omofoba Asia. Nell’aria l’entusiasmo delle democrazie giovani, perché una generazione fa c’era ancora la legge marziale.
Nelle teste una consapevolezza della propria diversità che cresce ogni giorno di più. Il 95 per cento della popolazione è Han, l’etnia cinese dominante, sull’isola si scrive il mandarino nella sua forma tradizionale, non semplificata: in un certo senso a Taiwan si conserva la tradizione cinese più pura, perché non c’è stata nessuna Rivoluzione culturale a distruggerla. Il Museo nazionale di Taipei espone un’inestimabile collezione di manufatti provenienti dalla corte imperiale di Pechino, un tesoro che i nazionalisti hanno portato con sé durante la loro fuga sull’isola e che milioni di cinesi del continente venivano ogni anno ad ammirare.
Eppure la grande maggioranza dei cittadini e la quasi totalità dei giovani di Taiwan si definiscono ormai «taiwanesi». E il loro orgoglio nazionale, se possibile, è stato ulteriormente accentuato dalla risposta al coronavirus. Il governo della Repubblica di Cina, per cui la diffidenza nei confronti di Pechino è esistenziale, è stato uno dei primi a controllare i voli in arrivo da Wuhan, già dai primissimi giorni di gennaio. Questo gli ha permesso di contenere il virus senza alcun lockdown e di chiudere l’anno della pandemia con un’economia in decisa crescita.
Dunque Taiwan va per la sua strada. Non può proclamarsi indipendente, perché violerebbe il principio della «sola Cina», scatenando una quasi sicura reazione militare da parte di Pechino. L’azzardo non piacerebbe neppure all’alleato americano. Ma lo status quo le basta, il suo obiettivo è renderlo più solido, rafforzando la propria sovranità e i rapporti (informali) con gli altri Paesi.
Chi invece non può accettare la situazione è la Cina: non importa cosa pensino i taiwanesi, Taiwan deve essere riunificata. Questo imperativo è parte dell’identità del regime, è stato impresso nella mente di ogni cinese tra i banchi di scuola, è scritto nella Costituzione della Repubblica Popolare. Ma come fare? Non potendo più conquistare il cuore dei taiwanesi, Pechino li deve costringere. Il Dragone sta provando a sfruttare la propria potenza economica per rendere l’isola dipendente e boicottarla, per esempio smettendo di rilasciare ai cittadini i permessi per visitarla e colpendo così il suo settore turistico. Nel frattempo cerca di isolarla diplomaticamente, strappandole a uno a uno gli ultimi alleati. Se però, come sembra, neppure questo basterà, la soluzione estrema saranno le armi. Xi l’ha detto: «Con tutti i mezzi necessari». Negli ultimi mesi le esibizioni di forza dell’esercito comunista attorno all’isola si sono moltiplicate.
Bisogna guardare la cartina geografica per capire quanto questo pezzo di terra vulcanica sia importante. Nel suo cammino verso la compiuta potenza, la Cina sta provando a costruire una forza militare in grado di rivaleggiare con gli Stati Uniti. La modernizzazione dell’esercito procede a suon di investimenti, in particolare quella della marina, già oggi la più grande del mondo per numero di navi. Il primo obiettivo del Dragone è assicurarsi il controllo delle acque che lo circondano. Nel Mar Cinese Meridionale, altra rivendicazione territoriale costruita della storiografia ufficiale, la Cina sta militarizzando uno scoglio dopo l’altro, in barba al diritto e alle proteste dei Paesi confinanti. Il problema, però, è che resta comunque circondata da alleati americani. La rete di contenimento che la imprigiona si chiama «prima catena di isole», i suoi anelli sono il Giappone, Taiwan, le Filippine, la Malesia e il Vietnam. È una barriera che in prospettiva impedisce alla Cina di proiettare la propria forza navale e aerea verso i grandi oceani, dove si dovrebbe giocare il confronto con gli Stati Uniti. È per questo che Washington difende Taiwan, vendendole armi e facendo pattugliare alla propria flotta lo Stretto che separa le due Cine. Se Pechino riuscisse a conquistare l’isola, la catena di contenimento sarebbe rotta e il regime avrebbe una piattaforma da cui lanciare un’offensiva oceanica. Ecco perché, se mai Stati Uniti e Repubblica Popolare arriveranno a uno scontro, potrebbe essere proprio sul fronte di Taiwan.
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